Visualizzazione post con etichetta Eritrea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eritrea. Mostra tutti i post

venerdì 18 febbraio 2011

SVILUPPO SOSTENIBILE E CONFLITTO: LA SFIDA DELL'AFRICA



Bookmark and Share



Meeting di Rimini
Martedì, 23 agosto 2005, ore 11.15


(trascrizione dell'intervento di Fratel Amilcare)


Relatori:
Pàthe Baldè, Direttore del Ministero dell'Ambiente e della Protezione della Natura, Senegal;
Amilcare Boccuccia, Direttore della Sector Hagaz Agricoltural School, Eritrea;
Altero Matteoli, Ministro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio;
Alberto Michelini, Rappresentante personale del Presidente delConsiglio dei Ministri per l'Africa;
Ignazio Musu, Venice International University, Italia;
Alberto Piatti, Segretario Generale Fondazione Avsi;
Chèrif Rahmani, Ministro della Gestione del Territorio e dell'Ambiente, Algeria.


(...)

Moderatore:
Grazie mille Alberto. Vorrei chiedere ora ad Amilcare Boccuccia, dei fratelli delle scuole cristiane, che in questo momento è impegnato in Eritrea, di portarci la sua riflessione.

Amilcare Boccuccia:
Grazie. Grazie a tutto quello che è stato detto fino adesso.
Sento che dovrei sottoscriverlo e lo sottoscrivo. La mia esperienza in Africa è cominciata tantissimi anni fa nel 1968. E' iniziata in Eritrea e sono ancora in Eritrea ma come superiore generale ho avuto modo di viaggiare attraverso l'Africa in varie occasioni. Sono contento che in alcune zone, come hanno appena accennato, ci sia una ripresa. Probabilmente quello che io dirò, che nasce dalla mia esperienza personale - vengo da lì in questo momento -, sarà forse in dissonanza rispetto a questo quadro abbastanza roseo. Ma tutti quanti avete accennato ad una cosa: che la possibilità di sviluppo è legata sostanzialmente ad un fattore, la pace. Io credo che la popolazione africana abbia una potenzialità e dei valori che noi probabilmente delle volte neanche ci sogniamo.
Una capacità di resistere, una capacità di soffrire, una capacità di sopravvivere, di cui noi non siamo più capaci. Gli aiuti sono necessari. Una volta un mio amico, vedendo scaricare le navi a Massaua per la fame dell'84-85, ebbe un'espressione che io non capii allora e che capisco adesso: ogni sacco è un soldato che vi conquista. È tremendamente vero. Sono quindi d'accordo con tutto quello che è stato detto fino adesso circa questo sviluppo o partenariato.
Però io vorrei sottolineare un aspetto che è in dissonanza e che bisogna prendere in considerazione. La pace può nascere soltanto se nasce dalla giustizia e dal rispetto della persona, dai rapporti impostati su una reciproca parità. Ogni paternalismo, sia fra nazioni che fra individui, creerà conflitto e sempre creerà conflitto. L'Africa sub-sahariana, nonostante alcune manifestazioni di progresso, penso che abbia dei grossissimi problemi. Ognuno dovrebbe prendersi le sue responsabilità: l'Africa deve smettere di puntare il dito contro il primo mondo e assumersi le sue responsabilità. E il primo mondo deve essere cosciente delle responsabilità che ancora ha. Tutti parlano di diritti umani, ne facciamo una bandiera, ma essi sono poi condizionati da interessi economici, politici e strategici. Gli americani probabilmente hanno il vantaggio e la sfacciataggine di non negare e non nascondersi dietro un dito.
Loro dicono che non intervengono in nessuna parte se non hanno un ritorno o finanziario o politico. Ma penso che molte volte questi aiuti sono stati dettati dalla stessa filosofia. Spesso, ed è questo il mio punto fondamentale, di fronte a dittature che raggiungono lo stato di cancrena, siamo i primi a distaccarci e a condannarle. Si usa però troppo spesso la prassi del meno peggio. Qualche ambasciatore mi ha detto: "in fondo questo è un governo meno peggio di quello che potrebbe venire". Oppure: "tutto sommato non è peggiore degli altri".
Oppure: "Non ci sono alternative". Pensate che io ho vissuto in Eritrea durante la dittatura di Menghistu e mi trovo oggi in quel Paese che è ancora in conflitto. La pace di Algeri è soltanto un cessate il fuoco. L'Eritrea e l'Etiopia sono in uno stato di guerra. Il segretario generale dell'ONU l'ha definita di nuovo guerra fredda, molto circoscritta, però è così. Di quale sviluppo volete parlare? Della gente che non ha più da mangiare? Per cui è importante a livello internazionale che quando si parla di diritti umani e di rispetto dei diritti umani si sia consequenziali, si vada fino in fondo. Pensare che i governi che non rispettano i diritti umani o che creano conflitti siano i meno peggio o che non ci siano alternative, creerà il vuoto. E creerà un vuoto tale che le alternative diventeranno sempre più difficili. Più la dittatura dura, meno alternativa si crea. È la mia esperienza personale. Sono convinto che anche gli aiuti umanitari hanno prolungato, a volte, le dittature. Quanto la fame ha aiutato il prolungamento della dittatura? Io oggi ho il dubbio che delle volte sarebbe meglio lasciarci morire, si soffre di meno ed è più rapido.
Soluzione? I rapporti fra gli stati devono essere improntati al rispetto della dignità dell'uomo in sé stesso, e non dettati soltanto dall'economia. Quando io passo per l'Italia, in questi ultimi anni, sento parlare della paura dell'immigrazione. Dopo gli attentati delle due torri e di Londra avete il terrore dell'altro. La mia domanda è - perché nasce da un'esperienza di solo una settimana fa -: potete voi fermare con le vostre leggi una ragazza che attraversa 2000 km di deserto, affronta tutto, affonda in una di queste navi, viene rimessa in prigione, rispedita al suo paese di origine e incontrata per la strada mi dice che ci riproverà? Voi li fermerete? Secondo me è nascondersi dietro un dito. Nessuno li fermerà. La disperazione, la mancanza di un futuro, la mancanza di qualsiasi luce fa sì che questa gente verrà qui. Sono abbastanza machiavellico da pensare che se non si vogliono aiutare per un diritto di giustizia, forse lo dobbiamo fare per interesse. Creiamo delle condizioni in cui loro possono avere un minimo di vita umana e il problema di questi grandi spostamenti finirà. Giustamente il Ministro algerino ha parlato di gente che si muove all'interno dell'Africa e al di fuori dell'Africa. Per me uno degli obblighi e una delle richieste che ho a livello politico è che noi dobbiamo cercare di mettere in pratica le teorie e le bandiere sui diritti umani. Se non li aiutiamo moriranno; moriranno lo stesso, ma moriranno soffrendo ancora di più. Ci vuole una consequenzialità, ci vuole questa creazione di partenariato.

E' vero e sia benvenuta e che smentisca quella frase del mio amico: un sacco di grano è un soldato che vi conquista. Rispettiamo la dignità sia dell'individuo che degli stati. È importante. Ma nello stesso tempo, non confondiamoci. Non è attraverso un falso pietismo che si produce sviluppo. Lo sviluppo può venire anche e soltanto imponendo un sistema più giusto. Vorrei concludere quasi con una preghiera rivolta al Ministro, rivolta ai Ministri, anche Algerino: per favore, fate di tutto affinché in quel angolo del corno d'Africa il trattato di Algeri diventi una realtà, perché ora non lo è. Oggi in Eritrea donne e uomini dai 18 ai 50 anni sono sotto le armi. È una scusa per giustificare uno Stato non costituzionale? È una scusa per mantenere uno status quo? Che cosa è? Togliamole queste scuse. Allora possiamo parlare anche di sviluppo. Io come Chiesa sento il bisogno di dire che voi dovete essere duri. È stato un rimprovero che mi ha fatto l'ambasciatore: "ma lei li aiuta!". Lasciate a noi il compito di stare vicino alla gente, di darle un briciolo di speranza. Quello che abbiamo creato è un grande istituto, con ragazze e ragazzi tutti interni che non pagano nulla, che studiano agricoltura, che sperano, ma che non hanno speranza. Che sperano di cambiare il paese, di contribuire, ma ciò che hanno davanti è un servizio militare illimitato. Per adesso. Quindi realmente io penso che lo sviluppo - e tutto ciò che è stato detto lo sottoscrivo - è possibile attraverso un partenariato che include e presuppone il rispetto dell'altro. Ma nello stesso io penso che bisogna guardare l'Africa così com'è e aiutarla a maturare. E penso soprattutto che il popolo africano abbia tutte le caratteristiche per essere già maturo da molto tempo. Aiutiamolo a crescere.

giovedì 11 marzo 2010

giovedì 19 novembre 2009

Il Massacro di Wia - The Wia Massacre


Il Massacro di Wia
Versione italina di N.T.
Un altro riprovevole uccisione di massa è stato il massacro di WIA. Il rapporto del 2006 del Dipartimento di Stato americano, "Country Reports on Human Rights Practices" riferisce che 'il 10 giugno [2005] il personale militare uccise 161 giovani, che tentavano di fuggire dal campo militare di Wia.' Nessuna azione è stata presa nei confronti del personale militare che ha sparato e ucciso i 161 giovani. Le vittime erano arruolate nel NMSP (National Military Service Programme), finite in prigione nel campo di detenzione per diverse ragioni.
Il massacro aveva lo scopo di terrorizzare altri, affinchè non decidessero di lasciare il paese 'illegalmente' o non tentassero la fuga una volta finiti in stato di detenzione. Il campo militare di WIA era lo stesso luogo dove, nel 2001, circa 2000 studenti universitari sono stati detenuti arbitrariamente per diverse settimane dopo aver protestato contro il lavoro estivo, una politica impopolare del governo. Durante la detenzione, due studenti universitari, Yirga Yosief e Yemen Tekie, sono morti a causa delle dure condizioni di vita nel campo.


The Wia Massacre

by Daniel
Another reprehensible mass killing was the Wia Massacre. Quoting the US Department of State, in its 2006 Country Reports on Human Rights Practices reported that ‘on June 10 [2005] military personnel shot and killed 161 youths at Wia Military Camp who were trying to escape.’ No action was taken against military personnel who shot and killed the 161 youths. The victims were conscripts of the NMSP (National Military Service Programme), who were being kept in the detention camp for several reasons.
The massacre was meant to terrorise other conscripts, lest they decide to leave the country ‘illegally’ or escape once they were in detention. Wia Military Camp was the same place where, in 2001, some 2000 university students were arbitrarily detained for several weeks after protesting against the unpopular government policy of summer work. During the detention, two university students, Yirga Yosief and Yeman Tekie, died as a result of the harsh living conditions in the camp.

martedì 17 novembre 2009

Il Massacro di Mai Habar - The Mai Habar Massacre


Il Massacro di Mai Habar
Versione italina di N.T.

La principale causa della repressione in Eritrea è l'eccessiva concentrazione di potere all'interno del ramo esecutivo del governo. La brutale repressione della rivolta di veterani invalidi di guerra è stata una delle prime manifestazioni di questo triste sviluppo: evento accaduto nel lontano 11 luglio 1994, conosciuto come il Massacro di Mai Habar. In questo episodio, un numero imprecisato di manifestanti sono stati uccisi, presumibilmente su ordine diretto del Presidente dello Stato. Durante il secondo anniversario del Massacro di Mai Habar, il bollettino ufficiale della EFL-RC (Eritrean Liberation Front-Revolutionary Council) lamentava che in quel fatidico giorno gli invalidi di guerra sono stati uccisi solo per aver pacificamente protestato e successivamente chiesto con fermezza un incontro con il presidente dello Stato, che ostinatamente rifiutava di incontrarli.

Altre vittime associate al Massacro di Mai Habar sono i circa 25 veterani di guerra disabili, che sono stati immediatamente arrestati con il pretesto di istigare alla ribellione. Rimasti in stato di detenzione senza processo per diversi anni. La stessa fonte citata le parole del presidente che riferendosi agli invalidi di guerra dice 'mocciosi viziati.' Il presidente attribuisce la causa dell'incidente a presunti atti irresponsabili dei manifestanti stessi.


The Mai Habar Massacre
by Daniel
Concentration of excessive power within the executive branch of government has been the major cause of repression in Eritrea. One of the earliest manifestations of this sad development was the brutal repression of the mutiny of disabled war veterans on 11 July 1994, known as the Mai Habar Massacre. In this incident, an unknown number of protestors were shot dead, allegedly on direct orders from the state president. During the second anniversary of the Mai Habar Massacre, the official newsletter of the EFL-RC (Eritrean Liberation Front-Revolutionary Council) lamented that on that fateful day the disabled war veterans were killed simply for peacefully protesting and firmly demanding to meet the state president, who obstinately refused to meet them.

Other victims associated with the Mai Habar Massacre are some 25 disabled war veterans, who were immediately arrested on the pretext of instigating rebellion. They remained in detention without trial for several years. The same source has quoted the state president as referring to the disabled war veterans as ‘spoilt brats.’ The president has also blamed the incident on alleged irresponsible acts of the protestors themselves.

giovedì 12 novembre 2009

Yemen summons Eritrean ambassador for alleged arms supply to rebels


www.chinaview.cn 2009-11-10
Yemeni Foreign Minister Tuesday summoned Eritrean ambassador to Yemen following alleged tips that Eritrea provides weapons to anti-government rebels in Yemen, a diplomat at the Yemeni Foreign Ministry said.

"The Ministry got evidence and valuable information that Eritrea facilitates conveying weapons through its coastlines -- provided from a foreign country -- to the Zaidi rebels in northern Yemen," the diplomat told Xinhua by phone on condition of anonymity.

He said coastguards of Yemen often intercepted boats full of concealed weapons sailing from an Eritrean coastal city to Medi port adjacent to bastions of Zaidi rebels, named Houthis after their slain leader's clan.

"Rebels go to Eritrea as Yemeni fishermen in disguise to avoid being intercepted by the Yemeni coast guards, and come back with their boat full of concealed weapons," said the diplomat, adding "at night they docked at Medi and unloaded the weapons to vehicles awaited at some specific places."

The diplomat hinted at the possibility of using Eritrean soil as a base by Iran, but providing no further details.

Sanaa has often said that Iran is backing Shiite rebels in Yemen, an accusation which Iran has always denied.

Eritrea is situated in the Horn of Africa, off Yemeni northern coastline and Saudi city of Jizan on the Red Sea, where high-level skirmishes between Yemeni rebels and Saudi military forces have erupted after anti-government rebels crossed into the Saudi soil of Jizan.

mercoledì 11 novembre 2009

Gulag degli studenti eritrei

by N.T. 30 settembre 2009
Era la metà del mese di luglio e il mondo aspettava il summit del G8 a genova. Televisioni sintonizzate sulla riunione dei governanti dei maggiori paesi industrializzati. I No-Global manifestano insieme alle associazioni pacifiste. Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza in tenuta antisommossa. Esercito in allerta. La tessione comincia a montare; l'informazioni da voce anche ai manifestanti. I telegiornali non parlano d'altro. Guerriglia urbana, Black-Block, tafferugli e cariche della degli agenti. Tutti sembrano perdere il senso della realtà. Il mondo è sgomento davanti all'uccisione di Carlo Giuliani; vengono mostrati i video di quel sciagurato incidente. Il pestaggio dei manifestanti che avviente successivamente alla scuola Diaz e per le strade, viene trasmesso come un prolungato dolore. Fermiamo gli eventi che si susseguono in occidente e rivolgiamo la nostra attenzione all'Eritrea.

In quei giorni addirittura in quelle ore c'erano in corso manifestazioni ad Asmara degli studenti Universitari. Perchè gli studenti eritrei protestavano? Perchè questi dissensi verso il proprio governo anche in un paese africano? E' noto che gli studenti di tutto il mondo durante le vacanze estive sono meno impegnati a causa delle ferie. In eritrea invece durante l'estate ogni studente di qualsiasi grado ha l'obbligo di partecipare alle attività (chiamati in tigrino MAATOT) promosse dalla dittatura. C'è persino un programma estivo di proselitismo politico di giovani occidentali di origine eritrea. Ecco qui come esempio il programma del 2008; 2 giorni di celebrazione speciale dedicato ai giovani del Canada e Stati Uniti: [http://na.nueys.org/flyer/Guideline%20for%20Participation.pdf]

Praticamente colonie di ragazzi vengono inviati per lavori in villaggi (e non villaggi turistici) situati in regioni remote. In quasi 18 anni di gestione amministrativa del regime di Afewerky, quasi ogni estate, a parte qualche eccezione, tutti gli studenti sono stati obbligati ai lavori forzati nei Gulag eritrei. Sfruttamente del lavoro minorile, violazione del diritto di libertà e movimento, lavori forzati, schiavitù, punizioni fisiche ecc... ecc... Le violazioni non si contano.
Naturalmente i rappresentati dei universitari dopo lunghi anni di silenzio paziente, manifestarono a nome di tutti gli studenti, protestarono contro questa pratica di sfruttamente, contrapponendosi al regime in modo deciso. Non l'avessero mai fatto; in quell'occasione la repressione fu brutale. Da quel istante in poi la storia del governo eritreo si incamminò verso un punto di non ritorno piena di orrori.

Si può chiedere in giro, sia a diplomatici occidentali che ad autorità, della manifestazione degli studenti universitari, bollata poi come un tentativo di golpe contro il governo. In base a questa accusa gli studenti furono deportati in campi di detenzione militare. Una testimonianza descrive in modo dettagliato di cosa è successo in quel periodo agli studenti universitari di asmara: [http://www.awate.com/portal/content/view/4025/6/]

Questa storia di repressione di massa si conclude per molti giovani universitari il 7 Novembre 2001 dopo mesi di torture e agonie, con almeno due morti tra gli studenti ( Yirga Yosief -14 agosto 2001 e Yemane Tekie - 19 agosto 2001). Le atrocità si sono consumate in diversi campi di prigionia, tra cui solo il campo militare Wia ha convolto 2000 studenti detenuto arbitrariamente. Lo smantellamento dell'università e la distruzione dell'istruzione era solo all'inizio. Ecco un post di riflessione sul perchè della chiusura dell'Università di Asmara:
[http://admasinexile.blogspot.com/2008/03/why-demolishing-sole-university-in.html]

domenica 8 novembre 2009

MILITARIZED DIPLOMACY: LA POLITICA ESTERA ERITREA TRA CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ (Parte ultima)

Considerazioni Conclusive

Volendo mettere in luce alcuni elementi caratterizzanti la politica estera eritrea, una premessa è d’obbligo. Infatti, le posizioni prese dal paese in diplomazia non possono che rispecchiare la necessità di preservare e di rafforzare la propria identità di nuovo attore della comunità internazionale e regionale. Il concetto di sovranità nel Corno d’Africa è, storicamente, un valore molto sentito, e sulla cui base sono state spesso combattute guerre drammaticamente sanguinarie (come quella dell’Ogaden del 1977-78 tra Etiopia e Somalia e quella di confine del 1998-2000 tra Eritrea ed Etiopia). Inoltre, uno degli effetti dell’ultimo conflitto del 1998-2000 è stato certamente rappresentato dalla ridefinizione dell’appartenenza “nazionale” di entrambi i contendenti. I trent’anni di guerra di liberazione nazionale dell’EPLF, infatti, furono percepiti sostanzialmente come qualcosa di “interno” all’Etiopia. L’ultimo conflitto, invece, trattandosi di una guerra tra due paesi sovrani, sembra aver avuto un esito inverso. In questo caso, infatti, è stata l’Eritrea “l’altro” contro cui (e per cui) l’identità nazionale etiopica andava a (ri)definirsi. Questa riflessione sembra piuttosto veritiera se si considera inoltre che, a seguito della vittoria del 2000, il governo etiopico non ha mai cercato di riassorbire l’Eritrea, né di avanzare rivendicazioni territoriali, ad eccezione della sola zona che fu causa del conflitto. Un metodo valido, quindi, per capire le posizioni – talvolta spregiudicate – del governo eritreo in politica estera resta quello di impostare una riflessione utilizzando un approccio di longue durée, identificando più che altro gli elementi di continuità che hanno caratterizzato i rapporti internazionali eritrei, dalla lotta di liberazione nazionale fino all’entrata del paese nella comunità internazionale. La vittoria militare dell’EPLF nei confronti dell’esercito etiopico, come abbiamo visto, è certamente servita – oltre che a modellare e rafforzare un sentimento di unità nazionale eritreo – come fattore di radicalizzazione della politica estera del paese.

L’efficiente organizzazione militare sperimentata durante gli anni della guerriglia antietiopica è stata quasi interamente trasferita nei quadri e nelle strutture di governo del periodo post-indipendenza, determinando così una militarizzazione anche dell’attuale struttura amministrativa statale. Storicamente, i problemi legati alla sovranità del paese (dalla deposizione della struttura federale da parte di Haile Selassie nel 1963, alla lunga guerra di liberazione conclusasi solo nel 1991, fino ad arrivare all’ultimo conflitto transfrontaliero con l’Etiopia del 1998-2000), hanno finito col plasmare una diplomazia “tradizionalmente aggressiva”, sia nel linguaggio, sia nei rapporti bilaterali e multilaterali regionali.

L’Eritrea, inoltre, è anche uno “Stato di frontiera”. Questo concetto, rispetto al ruolo e alla posizione politica e geografica del paese, è stato sempre caratterizzato da una certa ambivalenza. In altre parole, esso sembra imporsi sia in senso fisico (l’Eritrea ha tra i propri vicini importanti realtà statuali come Etiopia e Sudan, ma è anche posizionata in un punto strategico del Mar Rosso, che ne fa un anello di incontro con la penisola araba), sia in senso ideologico (il popolo eritreo ha vissuto per anni in opposizione alla dominazione di un “centro” rappresentato dalla realtà imperiale etiopica, e ancora oggi la propaganda del governo di Asmara sembra essere tutta indirizzata a enfatizzare una possibile minaccia esterna e a preservare i confini raggiunti durante gli anni di lotta di liberazione).

Per riassumere, quindi, “frontiera” e “militarizzazione” sembrano essere i punti cardinali di una politica estera, quella di Asmara, impostata quasi su una conservazione ossessiva della propria identità di stato indipendente. Ogni eritreo, infatti, vive costantemente in uno stato di allerta e immerso in una propaganda che enfatizza il pericolo di un’invasione imminente. È anche per questo che storicamente la politica estera eritrea può essere definita quasi come una militarized diplomacy. Inoltre, pur essendo difficile prospettarne riconversioni nel breve periodo – principalmente a causa dei continui screzi con l’Etiopia – è indubbio che solo una “smilitarizzazione” e una “smobilitazione”, non solo degli apparati militari, ma anche della politica estera stessa del paese, possano far rientrare definitivamente i rischi di una nuova escalation di violenza nel Corno d’Africa. Vero è che le due sfide vanno di pari passo, e che in assenza di un ridimensionamento dell’anima militarista che contraddistingue oggi il governo Afwerki, sarà comunque difficile averne lo stesso effetto in politica estera.

La guerra di confine del 1998-2000 e la demarcazione del confine eritreo-etiopico rappresentano ancora una ferita aperta nel complesso scacchiere regionale. Ma la risposta della comunità internazionale non appare essere stata adeguata alle prerogative del complicato stato dei rapporti tra i due contendenti, causando da un lato il sorgere di velleità egemoniche regionali, mentre dall’altro – oltre ad un forte senso di sfiducia nei confronti degli attori di intermediazione internazionale – una pericolosa radicalizzazione sia in politica estera sia interna. Il fallimento della demarcazione – e quindi anche degli accordi di Algeri – sta principalmente nel fatto di aver lasciato “politicizzare” una questione volutamente tenuta – almeno inizialmente – in una sfera puramente “tecnocratica”. Gli accordi di Algeri infatti (nella proposta avanzata dagli USA e dal Rwanda) sono stati condotti principalmente all’interno di una sfera tecnica, lasciando perlopiù insolute le questioni politiche di fondo. Queste sono riassumibili in almeno tre punti: 1) Il principio di conservazione dei confini coloniali in Africa sub-sahariana sancito dall’allora Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) durante il vertice del Cairo del 1964. La commissione sui confini – proprio per non derogare a tale principio – non poteva agire ex aequo et bono, attenendosi esclusivamente ai trattati stipulati in epoca coloniale tra l’Italia e l’Etiopia. 2) L’Etiopia ha vinto l’ultimo confronto militare del 1998-2000. Sembra quindi chiaro come la prospettiva del passaggio del villaggio di Badme all’Eritrea abbia fatto scattare nel paese un certo campanello d’allarme, e la paura di una “vittoria mutilata” ottenuta con enormi dispendi economici e umani. 3) L’Eritrea, dal proprio canto, è stata certamente la vincitrice morale, oltre che militare, della guerra di liberazione nazionale, ottenuta attraverso enormi sacrifici e nel quasi totale isolamento internazionale. Uno scontro tra due vincitori quindi? Forse, ma il problema non sembra essere il confine in sé.

Inoltre, gli strumenti usati per contenere una nuova escalation del conflitto hanno finito per produrre l’effetto contrario. A fronte di tali complicanze internazionali – e soprattutto regionali – si può certamente notare come i linguaggi usati in diplomazia dai due paesi – seppur orientati entrambi verso lo scontro frontale – siano in realtà profondamente e caratterialmente diversi. Mentre quello del governo Zenawi appare più disposto alla diplomazia e meno militarista (senza dimenticare che l’Etiopia ha rifiutato per prima le decisioni della commissione sui confini, oltre ad aver invaso militarmente la Somalia adducendo come motivazione principale la necessità di annientare i movimenti jihadisti presenti nel paese e sostenuti, secondo Addis Abeba, dall’Eritrea), quello di Afwerki sembra quantomeno più ruvido e spregiudicato. Questa caratteristica rischia di far scivolare l’Eritrea nel completo isolamento internazionale. Infatti, non sono in pochi a considerare Asmara come una delle fonti principali di instabilità nel Corno d’Africa, fino a diventare – secondo lo stesso governo degli Stati Uniti – un vero e proprio “stato canaglia”, quasi al pari di Iran e Corea del Nord.

Vero è che un approccio meno “globale”, e più “regionale”, da parte della comunità internazionale – Washington in testa – avrebbe certamente evitato una tale degenerazione politica. Ma del resto è anche piuttosto risaputo che – con una brevissima eccezione durante l’ultimo periodo di amministrazione Carter – il Corno d’Africa è stato sempre inserito all’interno di ampie strategie geopolitiche, che poco o nulla avevano a che fare con dinamiche e priorità politiche più locali, facendone al contempo una delle aree più contese dell’Africa sub-sahariana, ma anche una delle meno “comprese”.

venerdì 25 settembre 2009

E' responsabile il governo Eritreo oppure la società civile? Dove stanno le coscenze?


Bookmark and Share


Audio
Dimtzi Hafaschi Eritra. 18 settembre 2001.



La parte iniziale del materiale audio è un brano tratto dalla radio governativa di Asmara "Dimtzi Hafaschi Eritra" datata 18 settembre 2001. Successivamente al brano verrà presentata una lettera di riflessione su quella data, inviata proprio dal giornalista che annunciava il seguente testo dalla radio eritrea:

[...]
Questa è Dimtzi Hafaschi Eritra.
Salute a voi gentili ascoltatori. Per oggi 18 settembre presentiamo le notizie e le attività.

I giornali privati avendo firmato le leggi del paese e le leggi della stampa e avendo ricevuto diversi avvisi e possibilità di esercitare il loro lavoro seguendo le leggi e visto che hanno rifiutato queste leggi:
Da oggi 18 settembre 2001, il governo Eritreo ha disposto di mettere al bando temporaneamente l'intera stampa privata.
Il governo Eritreo, comprendendo l'importanza di una stampa indipendente e responsabile sullo sviluppo del nostro paese, per incentivare lo sviluppo della stampa aveva accordato licenze anche ai giornali che non rispettavano le richieste delle leggi della stampa.
[...]

Con queste parole la popolazione eritrea veniva informata dell'eliminazione di tutta la stampa che presentava le denuncie di alcuni personaggi dell'Assemblea Nazionale nei confronti delle azioni dei membri del PFDJ.
Nelle parole pronunciate dal giornalista dettate dal ministro dell'informazione c'è il concetto di tempo -"al bando temporaneamente" (NIGHIZIU in tigrino significa "temporaneamente").
Capisco che in Africa il tempo si è fermato, ma 8 anni sono tanti.

E' ora che le coscienze si sveglino e che si informino sulla propria terra. Per capire dove Vai ricordati da dove vieni.


Bookmark and Share

mercoledì 23 settembre 2009

Scrittura Ge'ez



La scrittura Ge'ez si sviluppo per trascrivere una lingua antica tutt'ora usata nella liturgia Copta Etiopica.
Anche se Ge'ez è limitato all'uso della Chiesa Copta, il sistema di scrittura è usato per trascrivere differenti lingue parlate in Etiopia ed Eritrea che includono L'Amarico, L'Oromo, il Tigre e il Tigrino.
La scrittura Ge'ez fu un adattamente da quella Sabea, quest'ultima sviluppatasi nell'antico regno di Saba con influenze Arabe ed Ebraiche. Già all'inizio del IV secolo si stava formando un sistema di scrittura che può definirsi Ge'ez. Alcuni caratteri furono aggiunti al sistema di scrittura Ge'ez per rappresentare suoni corrispondenti nelle lingue trascritte dal Ge'ez stesso.
I caratteri aggiunti possono essere identificati spesso da un trattino a forma di bilanciere sopra una lettera di base. Un esempio sono i caratteri e .
In Origine il Ge'ez fu un alfabeto solo di consonanti, come l'Ebraico e l'Arabo, dove le lettere rappresentavano solo suoni delle consonanti. Il sistema di scrittura Ge'ez presenta 33 consonanti:





La scrittura Ge'ez presenta anche un sistema di segnatura delle vocali a supporto delle consonanti di base. Le vocali si presentano come appendici alle consonanti. Vi sono sette suoni vocali quindi l'alfabeto include la combinazione di sette segni vocali con le consonanti. Ecco un esempio:





Alcune consonanti presentano una variazione definita come forma labializzata, dove il suono w è interpolato tra il suono della consonante principale e il suono della vocale. Le consonanti in forma labializzata mostrano appendici differenti:





La combinazione di consonante-vocale può essere irregolare. A volte un carattere può produrre una gamba per posizionare il segno di una vocale:





Il segno di alcune vocali non è sempre costante. Si può confrontare le combinazioni della consonante LE (LE e tre vocali)





con la corrispondente versione della consonante HHA:





A causa di queste variazioni della forma base delle lettere dell'alfabeto, la scrittura Ge'ez presenta un sillabario, dove ogni carattere rappresenta una combinazione di suoni di una consonante e di una vocale (a volte interpolta da una w quando si tratta della forma labializzata).
Il sillabario è presentato come una matrice con 43 righe e 8 colonne: 43 consonanti (10 consonanti extra per includere differenti lingue) e 8 vocali. Il numero complessivo delle lettere dell'alfabeto è minore di 344 che è appunto le possibili combinazioni tra consonanti e vocali.

Ge'ez è scritto da sinistra verso destra e i caratteri sillabali non si collegano tra di loro. Tradizionalmente si usava il segno di due punti per separare le parole, ma sta diventando comune usare lo spazio tra una parola ed un'altra similmente alla tradizione occidentale. Ci sono anche altri segni di punteggiatura per esempio
il punto
la virgola
il punto e virgola
il punto di domanda

Ge'ez ha un proprio sistema di scrittura numerica. E' un sistema che fa uso dell'addizione e moltiplicazione simile a quello usato in Cina, differente dalla notazione posizionale che siamo abituati normalmente.
Qui di seguito sono mostrati i numeri da 1 a 10 e 100 :






Bookmark and Share

lunedì 21 settembre 2009

Vita natural durante al servizio militare


Human Rights Watch il 16 aprile 2009 ha pubblicato un documento di 95 pagine dove vengono denunciate gravi violazioni dei diritti umani perpetrati dal governo Eritreo. In questo documento si analizzano anche le difficoltà affrontate da eritrei che abbandonano il loro paese ed emigrano in Libya, Sudan, Egitto e Italia.

Leggi il documento: Service for Life.

sabato 19 settembre 2009

Financial Times Interview with Eritrea's Isaias Afewerki


Published 09/18/2009

Financial Times: Well, you say it’s not a problem but there does seem to be some resentment over two things. One is that people receive very low salaries and, two, is that the national service can be indefinite. So, why the…?

Isaias Afewerki: It’s not indefinite. If the United States can deploy troops in Iraq and Afghanistan and those who served one year ago are again obliged to come and serve again, what do you call that?

Financial Times: No, but these people volunteer to join the army in the first place.

Isaias Afewerki: They never volunteered. No one volunteers. They were enticed. They were lured in in a very sophisticated manipulation and they suffer the consequences. I don’t want to talk about that. That’s a very long story. You tell me these are voluntary people. Do you know how people are recruited in the United States? Do you know the mechanism of manipulation that takes place there? Do you know the abuse that they have in recruiting people in the United States? Do you know that?

Financial Times: No.

READ FULL INTERVIEW: FINANCIAL TIMES